alcune esperienze
DON ROBERTO VESENTINI LORENZO DANI ANTONIO MENINI
Tutto è partito da un’amicizia che si era instaurata tra i giovani del paese.
Erano anni belli, gli anni ’70, pieni di fermento, di apertura e di entusiasmo. Entusiasmo e amicizia hanno creato un cocktail dirompente: si sono spalancati gli occhi su tutta Monteforte, già allora vivace, e sul territorio, facendoci superare il campanilismo, e ci si è accorti che nelle famiglie erano presenti, magari nascosti, dolore e sofferenza, povertà e solitudine. La benevolenza e il sostegno del parroco, don Pietro Simoni, hanno permesso alle decine di giovani che frequentavano i gruppi parrocchiali, non solo di trovarsi in momenti di preghiera, di formazione e di campeggio, ma anche di avvicinarsi a quelle case dove c’erano persone disabili, o sole, o famiglie in difficoltà economiche e relazionali. I giovani avrebbero potuto divertirsi, trascorrendo una vita spensierata, pensando a se stessi, invece hanno saputo essere una compagnia con una forza travolgente e prendendo a modello la parabola evangelica del buon samaritano hanno scritto delle bellissime pagine di carità e di amore. Appena si avvicinavano le persone e si conoscevano le loro difficoltà, ci si attivava intervenendo secondo il bisogno, ma anche coinvolgendo le Istituzioni pubbliche con le quali ci si è scontrati con lotte forti e franche. Passando il tempo ci si è accorti che non bastavano, soprattutto per i diversabili, l’assistenza e la vicinanza, c’era bisogno di “portarli in una locanda” che significava creare una struttura di accoglienza. Ed è nato “Il Centro Sociale Monteforte”, una cooperativa che oltre ad accogliere persone disabili, che cominciavano a gustare la bellezza delle relazioni e dell’amicizia, le aiutava a trovare e a mettere a frutto le loro capacità e le loro risorse.
Non è stato merito di una persona ma di un gruppo che ha creduto al valore degli ultimi e degli emarginati, alla preziosità della loro presenza nella società.
Eravamo convinti che, negli anni della contestazione giovanile, la più bella risposta non era distruggere ma costruire qualcosa di bello e di utile. La motivazione più grande era poi una certezza che veniva dal Vangelo: “Le pietre scartate dai costruttori sono divenute testate d’angolo” (Cfr. Sal 118,22). Infatti ciò che era scartato da una società individualista e consumista, diventava una meraviglia per chi sapeva scoprire nei disabili i valori più belli presenti in una persona, come la fragilità, che ci accomunava tutti, la condivisione, la solidarietà e anche la gioia. Non c’è come una vita donata e condivisa che dà senso al vivere e dona felicità. La nostra quindi non era un’opera pia ma una profezia che poteva cambiare e migliorare il vivere sociale.
La singolare storia della nascita delle 'utopie possibili'
[Il contesto socio-economico-culturale della realtà locale alla fine degli anni '70]
.La cooperazione sociale nel nostro territorio - che possiamo grosso modo indicare come il territorio sambonifacese - è figlia del suo tempo e del suo contesto. E' nata in un tempo e in un contesto che portavano vistosi i segni dei cambiamenti sociali avvenuti in quegli anni e dei conflitti che ne erano scaturiti.
Si era profondamente trasformata l'economia, con il passaggio da un'economia prevalentemente agricola ad una economia industriale e mista. C'era stato anche un certo aumento della popolazione. Il fenomeno più caratteristico era stato quello dell'operaio-contadino, o, come si diceva con una immagine efficace, il 'metalmezzadro'. Le organizzazioni sindacali però qui arrivarono con un po' di ritardo. Tra il 1967 e il 1969 c'erano stati diversi scioperi; ma qui era bastato poco per raffreddare l'atmosfera e per far convinti i più che, in fondo, non si stava proprio tanto male.
C'era stato un forte calo nel numero dei contadini. Le proprietà terriere in grandissima parte non erano molto grandi, ma si incrementarono le colture specializzate.
Sul piano politico anche questo territorio era restato segnato dalla grande mobilitazione anticomunista del 1948. Dopo non c'erano più state più alternative reali alla supremazia del gruppo di potere politico uscito da quelle elezioni. Ma alla fine degli anni '50 proprio all'interno della Democrazia Cristiana cominciarono i primi fermenti giovanili. Nel frattempo si facevano vivi altri giovani, molto impegnati sul piano sociale, operanti nelle A.C.L.I., che andavano elaborando idee e proposte di partecipazione, di programmazione responsabile, di aperture. Il gruppo politico più forte e dominante dapprima aveva lasciato vivere questi giovani, facendo anche credere loro che li si teneva in conto; ma al momento di inserirli nelle liste elettorali la cosa cambiava radicalmente. Questi giovani o si dimettevano o venivano cacciati.
Da questi giovani nacque un movimento di contestazione locale. Ad esso diede una forte spinta anche la contestazione all'interno delle parrocchie. Tra gli ani '60 e '70, a Concilio finito, ci fu una forte reazione e le parrocchie misero in piedi molte iniziative. Contro questo attivismo prese vita la contestazione e i conflitti furono anche molto accesi.
Le inquietudini giovanili, in campo politico e religioso, venivano appianate e sopite con la sostituzione sistematica e continua di coloro che disobbedivano. Così l'azione congiunta di amministrazioni comunali e parrocchie aveva sospinto un certo numero di giovani ad allontanarsi e a ritrovarsi altrove, per discutere e trovare soluzioni per i problemi emergenti che si presentavano.
Innanzitutto la casa. L'edilizia, per anni lasciata a sé, era cresciuta disordinatamente e il vento della speculazione senza freni, che aveva cominciato a spirare vari anni prima, ormai era diventato un ciclone incontrollabile.
Poi c'era stato il tipo d'incremento della popolazione scolastica e la situazione determinatasi per l'edilizia scolastica. Dal 1962 era iniziata la media unificata e altre scuole si erano allargate: ma non c'erano edifici o erano molto pochi. E si delineava il problema della formazione professionale. Mentre le istituzioni scolastiche si dibattevano tra queste difficoltà, prendevano vita attività educative non istituzionali, tra le quali le più importanti erano le scuole serali.
E finalmente emergeva il problema dei disabili, della loro integrazione sociale, a scuola, nel lavoro.
In questo contesto la maggioranza della popolazione si trovava bene e si trovò dunque stupefatta davanti all'improvviso erompere locale della contestazione. Fino ad allora era una cosa che si vedeva alla televisione e riguardava gli altri. Si creò un clima in cui c'era l'inquietudine e il fastidio della maggioranza, e le critiche ed il disprezzo contro i contestatori e le loro proposte.
Chi erano i contestatori? La loro storia era legata alle associazioni vecchie da cui erano usciti e soprattutto ai nuovi gruppi, ai nuovi movimenti che avevano fatto nascere. Si trattava di gruppi di dimensioni piuttosto differenti e non tutti avevano lo stesso livello di organizzazione. In ogni caso erano tutte forme di associazione volontarie, costituite per iniziativa locale, quasi sempre al di fuori di ogni collegamento o dipendenza da altri livelli regionali o nazionali. Si occupavano di tante cose: dalla cultura alla politica, dagli emarginati allo sport; e poi c'erano la biblioteca, il tempo libero, il cineforum, il teatro, i piani regolatori, eccetera.
Nel clima sociale infuocato e nettamente prevenuto contro i contestatori, si diceva che costoro avrebbero avuto il solo scopo di distruggere la politica, la scuola, la religione e di rovinare tutto; e questo solo per seguire in modo fanatico alcune proprie idee, appunto le proprie utopie.
I gruppi conservatori sostanzialmente dicevano: «Noi confermiamo la validità dei principi che ci hanno guidati sino ad ora. Sono i contestatori che insinuano che noi s'è sbagliato tutto. Ma la loro azione non è altro che una conferma della giustezza del nostro operato. Una volta che noi s'è portato a termine delle nuove iniziative, saranno queste stesse a servire da discriminante: chi le accetta è con noi, altrimenti è contro». «I nostri principi sono intoccabili: come essi sono fondati in verità, così le nostre azioni sono buone. Isoliamo i contestatori e riaffermiamo con continuità e fermezza le nostre convinzioni: così ci sentiremo più sicuri». «Noi teniamo una via di mezzo, evitando gli estremismi. La nostra stessa natura esige ciò. Infatti noi offriamo egualmente a tutti le nostre opere, le nostre strutture. Questa via di mezzo ci assicura ordine, tranquillità. Infatti la vita procede in modo naturale, da sé, e il modo migliore di assecondarla è il nostro. Tutto il resto è macchinazione di politicanti arrabbiati ed estremisti».
E i gruppi di contestatori di rimando: «Noi veniamo da un'esperienza personale di scontri con l'autoritarismo; la nostra esigenza critica si è scontrata con il dogmatismo. Noi vigiliamo per agire concretamente su problemi e settori che ci qualifichino, e contro la tradizione fine a se stessa. La nostra è una voce povera, che stenta a farsi sentire, che esperimenta le difficoltà che le vengono create». «Quelli che noi contestiamo rimangono attaccati ai loro principi, alla loro esperienza, così che le loro convinzioni sono acquisite una volta per tutte. Loro dicono di essere neutrali, ma in realtà perseguono una gestione comodo-burocratico-conservatrice. Loro hanno i mezzi per ottenere ciò che vogliono; soprattutto hanno la massa, la maggioranza; vogliono e possono dire l'ultima parola; hanno potere di persuasione; agitano bandiere e slogan che impauriscono la gente, la quale obbedisce. Non s'accorgono che le loro opere smentiscono le loro parole, né capiscono di dare importanza a cose secondarie, come la legge, il regolamento, e di non badare al fatto sostanziale; non sanno che le loro azioni assumono significati che dipendono dalla vita reale della gente oppressa». «Secondo la mentalità dei potenti, di quelli che contestiamo, la situazione attuale, il modo in cui funzionano le cose nel nostro paese, è una cosa naturale: per noi invece, se le cose stanno così, è perché sono state fatte delle scelte precise. Per questo siamo molto critici nei loro confronti. Noi andiamo avanti fidandoci della nostra e altrui maturità, esaminando attentamente le leggi e le altre disposizioni scritte, e cercando di applicarle secondo il nostro senso di responsabilità» .
Come si sa, dallo scontro uscirono vincitori i conservatori. Però qualcuno degli innovatori ha saputo resistere, ha saputo tradurre le utopie in azioni concrete, che hanno aperto la strada a leggi e interventi pubblici. Dalla scuola del conflitto è fiorita anche l'invenzione della cooperazione, e con essa la forte spinta all'impegno e alla partecipazione.
Era il giorno del mio compleanno e quella mattina il postino mi recapitò una lettera che cambiò completamente la mia esistenza: si trattava della cartolina precetto, con cui mi si comunicava che la settimana seguente avrei dovuto iniziare il servizio civile presso la cooperativa Il Fiore. Lì per lì, rimasi letteralmente sconvolto, visto e considerato che mai (e poi mai!) avrei pensato di finire ad operare in un c.e.o.d. di disabili. Da un lato, non nascondo i dubbi, le perplessità e le paure che si sono generate nell’apprendere quella notizia: non volevo avere nulla a che fare con realtà di quel tipo, in quanto lontane anni luce dal mio mondo e dalla mia “limitata” mentalità. Ma dall’altro, una crescente curiosità cominciava a pervadermi. Spinto da questo sentimento, decisi, in quella stessa giornata, di farmi un bel regalo e di andare a visitare la struttura. Appena entrato, ebbi modo di toccare con mano una realtà che, da subito, seppe accogliermi come un amico di vecchia data, in cui tutti sapevano donarti la cosa più semplice ma più gratificante del mondo: un sorriso! Durante i mesi del servizio, ho conosciuto operatori ed obbiettori diversissimi per cultura, formazione, status sociale ma tutti, alla loro maniera, hanno contribuito ad arricchirmi interiormente; nonostante il lavoro risultasse a volte un po’ faticoso, le ore trascorrevano velocemente e piacevolmente in un clima di serenità ed allegria. A completare il mosaico sono stati gli assistiti de “Il Fiore”, i quali hanno rappresentato un esempio di maturità; per me sono stati dei veri maestri, in quanto hanno saputo dimostrare che non bisogna disperarsi o piangersi addosso per la “sfortuna” di una condizione fisica e mentale non ottimale. Erroneamente, siamo portati a considerarli malati ma ciò è frutto di una nostra visione distorta, che ci obbliga a guardarli con occhi truccati di finta pietà. I portatori di handicap, invece, grazie a quella loro “anormalità”, non sono creature di categoria “B” ma persone valide, che hanno ben saldi i principi dell’amicizia vera, dell’onestà e della semplicità, che non ingigantiscono le preoccupazioni quotidiane e che sanno scoprire la grandezza della vita espressa nelle piccole cose.
Quei dieci mesi hanno rappresentato una scuola di maturità interiore, durante i quali è stato più quello che ho ricevuto rispetto a quello che ho dato. A dimostrazione dell’importanza che ha avuto per me quella esperienza, basti considerare la forte attrattiva del suo fascino che mi ha spinto a ritornare in quella realtà per qualche mese, in qualità di volontario, una volta terminata l’università. Questo perché ho apprezzato quel regalo ricevuto in occasione del mio ventiseiesimo compleanno.